Decidersi per ciò che vale

Posted: 25th luglio 2011 by admin in Senza categoria
Le quattro brevi parabole di questa Domenica concludono il ciclo sul “Regno dei Cieli”, ed il Signore Gesù le narra per suscitare nel cuore dei discepoli di allora, come di oggi, il desiderio dell’incontro con Dio. Esse rappresentano un appello di Gesù alla decisione e alla responsabilità, in una parola a quella decisa sequela che coinvolge il cuore e la libertà, la vita intera dell’uomo. Le prime due parabole sottolineano l’importanza del “decidersi per ciò che vale”. Al verbo “trovare” si accompagna la gioia di colui che vende tutto, che rinuncia a tutto, per ciò che è più grande. Che cosa davvero cerchiamo? Il tesoro della vita è Cristo! Quanto Lo cerchiamo? Non c’è gioia vera e che rende liberi se non ci si decide per Lui; ed è monto grande il valore autobiografico della parabola riportata da Matteo: è l’esperienza dell’evangelista dopo aver incontrato Gesù. La gioia è la fonte della forza necessaria a decidersi per il Regno e sgorga dal seguire Colui che risponde a tutto il desiderio di felicità custodito nel cuore. Il dramma di ogni tempo, e particolarmente del nostro, è che l’uomo non riconosce più se stesso, questo desiderio o, drammaticamente, lo confonde con l’effimero godimento narcisistico. Le successive due parabole richiamano alla responsabilità dell’uomo di fronte alla proposta di Cristo. L’immagine della rete e dei diversi tipi di pesci, che vengono poi separati, nella sua conclusione rimanda alla parabola del grano e della zizzania, ma chiede anche un atteggiamento di prudente vigilanza, da parte di chi, seguendo il Signore Gesù, vaglia tutta la realtà con gli occhi di Dio e vi riconosce la Sua presenza. Così come quello scriba che “trae cose nuove e cose antiche” dal suo tesoro. La preghiera di Salomone che, desideroso di esercitare la propria autorità secondo Dio, chiede un cuore capace di discernere e giudicare rettamente, è la preghiera di chi ha deciso risolutamente di seguire il Signore. Chi si decide per Cristo lo segue e, seguendoLo, vive sempre di Lui, cioè Gli appartiene totalmente. È la testimonianza di quanto scriveva nel 1238, Chiara ad Agnese, principessa di Boemia, clarissa a Praga: «Ti ammiro stringere a te, mediante l’umiltà, con la forza della fede e le braccia della povertà, il tesoro incomparabile, nascosto nel campo del mondo e dei cuori umani, col quale si compra Colui che dal nulla trasse tutte le cose. Colloca la tua mente davanti allo specchio dell’eternità, la tua anima nello splendore della gloria, il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza, e trasformati interamente per via di contemplazione, nell’immagine della divinità di Lui: anche tu proverai allora ciò che sentono i suoi amici, gustando la segreta dolcezza che Dio stesso ha riservato fin dall’inizio a coloro che lo amano».

Misericordia: spazio di pazienza

Posted: 19th luglio 2011 by admin in Senza categoria
Nella liturgia odierna la Chiesa chiede a Dio: «donaci i tesori della tua grazia» (Colletta). È possibile comprendere cosa sia davvero la Grazia attraverso le tre brevi parabole con le quali Gesù descrive il Regno dei Cieli.
Tre immagini accomunate dal verbo «crescere»: il grano buono e la zizzania crescono insieme per poi essere separati, il grano di senape cresce per diventare un grande albero, il pugno di lievito nella farina fa crescere la massa della pasta.
La prima caratteristica del Regno dei Cieli è quindi quella di non essere qualcosa di statico, ma di dinamico, destinato a crescere ogni giorno e in ogni circostanza. Alla richiesta dei discepoli, Gesù spiega la parabola della zizzania e fa scoprire la grandezza di Dio di fronte alla fragilità dell’uomo.
Cosa risponde il padrone del campo alla proposta dei servi di andare a raccogliere la zizzania cresciuta in mezzo al grano? «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme». Il comando del padrone sorprende i servi i quali soffrono di quell’impazienza che si traduce non di rado in giudizio temerario, forse poco meditato, istintivo. La soluzione del padrone non è dettata dall’incoscienza della presenza della zizzania o dal buonismo, tant’è che constata con amarezza: «Un nemico ha fatto questo»!
Nella spiegazione che Gesù stesso offre di questa parabola i parallelismi con le immagini (campo, grano, zizzania…) ci aiutano a riconoscere come il Regno dei Cieli si affermi laddove l’uomo lascia spazio all’iniziativa e alla pazienza infinita di Dio. La Pazienza di Dio, che è misericordia, si chiama Gesù Cristo!
È la pazienza di Cristo a rendere possibile la vittoria nella lotta contro il male, l’impazienza dell’uomo rischia, invece, di essere auto-implosiva: tutto verrebbe distrutto, grano buono ed erba cattiva, e il campo rischierebbe la desertificazione.
Possiamo così cogliere tutta la reale prospettiva profetica delle parole dell’antico libro della Sapienza: «Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose».
Le tre parabole della zizzania, del granello di senape e del lievito raccontano di questo amore con cui Dio cura tutte le cose; della sorprendente iniziativa Divina che con “giustizia” e “mitezza” tiene nel palmo della sua mano la vita dell’uomo.
Il Regno dei Cieli sempre viene, vince e si afferma se, con umiltà, l’uomo si lascia guidare da Dio che dona ai suoi figli «la buona speranza», che rende il cuore umano, seppur piccolo, capace di contenere tutta la Grazia.

Sazi di Cristo!?

Posted: 25th giugno 2011 by admin in Senza categoria
Nell’immaginario collettivo del popolo d’Israele, i quarant’anni nei quali i loro “padri” avevano vagato nel deserto richiamavano subito alla mente l’esperienza della fame e della sete (Cfr. Dt 8.2-3). Dio era stato colui che aveva insegnato alla sua “parte di eredità” a nutrirsi, più che a mangiare: trovarsi in una condizione di necessità estrema, favorì certamente la povertà del cuore che, dunque, fu reso mendico solo di quelle cose che sono veramente necessarie.
Ed è lo stesso Mosè, uno di coloro che aveva vissuto l’esperienza dell’Esodo, a descrivere in modo mirabile questa realtà: «Egli dunque ti ha umiliato […] per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8.3).
Evidentemente, il grande Legislatore di Israele ha utilizzato la parola “vita” con significati differenti, perché non si spiegherebbe come, da un punto di vista biologico, un uomo potrebbe vivere “ascoltando” il Signore. In effetti, potremmo dire che Mosè ci propone due “vite” diverse, delle quali la seconda è certamente più desiderabile. Per comprendere tale differenza, occorre pertanto soffermarci e capire che cosa sia ciò che “esce dalla bocca del Signore”.
Infatti, all’interno di questa frase, si nasconde una profezia messianica che indica in Gesù il “Verbo di Dio” (Cfr. Gv 1,1), l’unica cosa veramente necessaria. Ma, lo sappiamo attraverso i Padri della Chiesa e lo ripetiamo ogni volta che diciamo il Credo, il Cristo non è soltanto colui che “viene dal Padre”: Egli è anche colui “per il quale tutto è stato creato”. Dire questo significa affermare anche che Gesù è il “significato” di ogni nostra azione e dunque della nostra stessa vita.
Ritornando ora alla questione dalla quale siamo partiti, potremmo ritradurre in questo modo la profezia di Mosè: esistono due tipi di vita, perché vi sono persone che semplicemente mangiano, ma questa è solo una “apparenza di vita”; mentre vi sono poi persone che, legandosi a Cristo, hanno la possibilità di scoprire il significato ultimo della realtà e di se stessi. Questa è la “vera vita”: scoprire che tutto ha un nesso con il Signore Gesù e, dunque, riconoscere che ciò che viviamo è sempre illuminato dalla bontà di Dio, anche nelle difficoltà che quotidianamente possiamo incontrare.
La differenza tra l’uomo che segue Cristo e colui che invece ancora non lo ha potuto incontrare sta nel fatto che i discepoli del Signore sono così certi e lieti da non aver più paura di nulla, nemmeno della morte! Essi, infatti, si nutrono del “Pane del cielo” che sazia non solo lo stomaco, ma anche le domande profonde che albergano nel cuore dell’uomo.
Si comprende, a questo punto, il motivo per il quale il Signore non ha avuto timore nel dare la propria “carne” e il proprio “sangue” da mangiare e bere! Non già per un atto di cannibalismo (accusa fatta ai primi cristiani), ma perché è solo attraverso la nostra incorporazione a Lui che «benché molti, siamo un solo corpo» (1Cor 10,17).
Il Mistero dell’Eucaristia al quale noi oggi partecipiamo, dunque, ci sprona ad accostarci al Signore sapendo che la pienezza di vita che si può sperimentare con Lui qui su questa terra (il centuplo quaggiù) è, come dice la preghiera Dopo la comunione, il “pregustare ciò che nel convito eterno godremo pienamente”: la vita eterna!

Consegnàti al Consolatore!

Posted: 18th giugno 2011 by admin in Senza categoria
L’esistenza storica di Gesù Cristo, ed in particolar modo, come abbiamo visto nei mesi scorsi, il suo tempo di Passione, Morte e Risurrezione, è stata da Lui stesso vissuta all’interno di un costante dialogo di Amore con il Padre. La sua missione, potremmo dire, è stata quella di introdurre i suoi amici, i discepoli di ogni tempo, alla conoscenza di Colui che lo aveva mandato, per mezzo della costante azione del Consolatore (Cfr. Colletta).
Se non partiamo da questo dato così evidente nella Sacra Scrittura, quanto per molti scontato, non si può comprendere chi sia la Santissima Trinità che, ancor prima di essere un Dogma di fede, è certamente un mistero nel quale occorre essere introdotti.
Come si potrebbe infatti conoscere ciò che è impossibile da definire? Lo ha sperimentato anche sant’Agostino che, immerso nella profondità delle proprie meditazioni, sulle rive del Tirreno, incontrò un fanciullo nel tenace tentativo di riversare tutta l’acqua del grande mare Mediterraneo all’interno di una piccola buca scavata nella sabbia. Di fronte allo stupore del grande santo, il bambino gli disse con un sorriso: “E tu come puoi pensare di comprendere Dio che è infinito, con la tua mente che è così limitata?”.
Ma questa, che potrebbe sembrare una sconfitta per l’intelligenza dell’uomo, è in realtà l’inizio di un nuovo tipo di conoscenza che, come il fiore più bello, può crescere sulla base solida che è la ragione umana, esaltandola e portandola a compimento: si tratta della fede!
Per poter conoscere l’oceano infinito, infatti, la cosa migliore è quella di lasciarsi spingere sulla solida barca di Pietro, che è la Chiesa, dall’azione dello Spirito Santo che, come vento impetuoso, conosce la rotta da seguire.
La Santissima Trinità non si può comprendere, ma la si può vedere in azione e soprattutto in essa si può vivere, da quando Gesù ci ha aperto la porta del Regno dei cieli. Occorre perciò entrare “in quella nube” attraverso la quale Dio si rivela all’uomo, costituendolo sua eredità (Cfr. Es 34,5.9).
È l’incorporazione a Cristo che rende possibile in noi l’azione dello Spirito: noi non sapremmo nemmeno cosa dire, se non avessimo ricevuto nei nostri «cuori lo Spirito del Figlio, che grida Abbà, Padre» (Cfr. Antifona alla Comunione).
La Verità di Dio, lo comprendiamo in questa domenica, non è perciò e anzitutto un’astrazione filosofica da possedere, ma una realtà d’Amore infinito in cui lasciarsi immergere e di cui fare esperienza, come figli rigenerati nel Figlio, costantemente rivolti al Padre celeste che vuole donarci “la salvezza” e “la vita eterna” (Cfr. Gv 3,16-17).